single.php content-single.php

Cannabis light: cosa cambia dopo la sentenza del 30 maggio

Come tutti ben sappiamo, lo scorso 30 maggio, la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza in materia di coltivazione e vendita di prodotti derivati dalla Canapa light, che sta riscuotendo un’enorme risonanza mediatica a livello nazionale.

Se lo scopo della sentenza era quello di fare chiarezza su una legge di per sé tutt’altro che chiara, si può dire che si è giunti ad un esito diametralmente opposto, dal momento che parrebbe aver aumentato la confusione sul tema e alimentato un inutile allarmismo.

Innanzitutto, è bene precisare che le sentenze della Cassazione hanno la funzione di fornire un criterio interpretativo uniforme su un testo di legge al fine di garantirne l’esatta osservanza da parte di tutti i cittadini.

Nel nostro caso, si tratta della legge n.242 del 2 dicembre 2016, con la quale veniva formulata una regolamentazione “della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa L.), quale coltura in grado di  contribuire  alla  riduzione  dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del  consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversita’, nonche’ come coltura da  impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione.” (art.1, comma 1)

La legge faceva riferimento ad una serie di piante di canapa presenti nel Catalogo comune delle varietà delle specie agricole, “le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze  psicotrope,  prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza” (art. 1, comma 2)

In altre parole, la legge consente la coltivazione di alcune varietà di Cannabis considerate prive di effetti psicotropi perché povere di THC.

Il livello di THC decretato è dello 0,2% con una tolleranza fino allo 0,6%. Il che vuol dire che piante di Canapa con un livello di THC tra lo 0,2 e lo 0,6% possono essere sottoposte a sequestro da parte delle forze dell’ordine, ma senza conseguenze penali per il coltivatore.

Coloro che hanno investito in questo mercato aspettavano la sentenza del 30 maggio per avere una maggiore chiarezza sulla normativa inerente alla vendita di prodotti derivati dalla Cannabis, quali infiorescenze, resine e oli.

Questa chiarezza di fatto non è arrivata, dal momento che, citando testualmente la sentenza del 30 maggio, “La commercializzazione di cannabis sativa L. e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge n. 242 del 2016 […], salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

Dunque, per le aziende produttrici di canapa e derivati, che si sono sempre attenute a queste direttive, la situazione di fatto non cambia, nonostante tutte le notizie diffuse negli ultimi giorni sulla presunta illegalità del prodotti a base di cannabis light.

Il cambiamento a cui potremmo assistere sarà innescato in primis da una massiccia intensificazione dei controlli e dei sequestri a fini preventivi da parte delle forze dell’ordine, ai danni di commercianti stanchi di essere paragonati a spacciatori.

Pertanto, aziende come la nostra, che si sono sempre attenute ai criteri di coltivazione indicati dalla legge 242/2016, hanno ben poco da temere. L’unico pericolo è rappresentato dalla possibilità di una crescente diffidenza nei confronti del settore stesso, alimentata dall’ignoranza e dalla disinformazione.

Considerando gli esiti di numerose ricerche scientifiche a sostegno degli effetti benefici del CBD su molti dei disturbi più comuni, sarebbe un peccato tagliare le gambe a un mercato in crescita che negli ultimi due anni ha rappresentato un’occasione d’oro per l’imprenditoria giovanile e investitori esteri.